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Dieta e Tumori

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Cibo e insorgenza dei tumori sono uniti da un legame a doppio filo, dato che, come ha più volte ribadito Veronesi, “la tavola è il primo luogo in cui far prevenzione, dato che l’alimentazione è responsabile del maggior numero di neoplasie al mondo, superando anche il fumo”. Il cibo che introduciamo tutti i giorni va a costruire le nostre cellule, i tessuti e gli organi, per questo l’alimentazione è il primo passo nella lotta contro i tumori, che nascono da cellule che “perdono il controllo”, moltiplicandosi a dismisura senza prendere una forma definita e col solo scopo di invadere i tessuti circostanti, propagandosi (proliferando) per tutto il corpo. Le singole componenti dei cibi e dei prodotti presenti negli alimenti conservati/insaccati/precotti possono influire sullo stato di infiammazione generale, sulla proliferazione cellulare e sui meccanismi di riparazione che prevengono le mutazioni nocive del codice genetico cellulare.

Alcune attenzioni dietetiche possono avere ruolo e spazio nell’inquadramento generale di una terapia oncologica come di terapie per altre malattie, ma nella pratica clinica nessuna dieta può sostituirsi alla chirurgia, alla radioterapia e ai farmaci nel curare i tumori.

Una recente pubblicazione apparsa su Cell Metabolism analizza la relazione tra proteine animali e tumori, ma lo fa inserendosi nel solco della prevenzione del rischio: il consumo di carne e formaggi, nel medio periodo provocherebbe un significativo aumento (pari al 75 per cento) della mortalità generale e incrementerebbe fino a 4 volte la probabilità di morire di cancro in alcune fasce d’età. Secondo lo studio, il legame tra proteine assunte e mortalità si riduce fino addirittura a annullarsi se si consumano alimenti di origine vegetale

Attenzione alle parole, però. Un conto è parlare di prevenzione, tutt’altro discorso è affermare che esista un nesso causale tra il consumo di alcuni cibi e l’insorgenza di determinate malattie, cosa che non è stata provata scientificamente. Così come nessuno studio ha dimostrato che avere un regime alimentare ricco di vegetali permetta di guarire da alcune patologie

Un problema solo prostatico? No, anche il colon risente del sovrappeso, in uomini e donne. L’obesità “centrale”, in cui il grasso si accumula in particolare sull’addome, si associa infatti in entrambi i sessi ad un aumentato rischio di cancri del colon, del tipo polipo carcinomatoso, come ha dimostrato anche l’ultimo studio di K. Wallace e collaboratori, appena pubblicato su una rivista internazionale di epidemiologia (Cancer Epidemiol. Biomarkers Prevention), con un aumento relativo del 35% rispetto alle persone di peso normale. In positivo, lo stesso studio ha evidenziato una correlazione inversa tra movimento fisico e cancro al colon: più ci si muove, minore è il rischio. Anche perché il movimento fisico quotidiano è il miglior amico di un normale peso corporeo e di un più sereno ed equilibrato rapporto con il cibo, in entrambi i sessi. Un dato molto confortante, perché ci indica in che modo possiamo attivamente intervenire sul rischio oncologico nella nostra vita. Possiamo cioè modificare almeno i fattori riducibili con la volontà, grazie ad un appropriato miglioramento degli stili di vita, che va poi mantenuto nel tempo.
Ancora più forte è, nelle donne, il legame tra obesità e tumori ormonodipendenti: mammella e endometrio (lo strato interno dell’utero, che si sfalda ad ogni mestruazione durante l’età fertile).
Perché la donna sovrappeso ha maggior rischio di tumori alla mammella? Sostanzialmente per due ragioni: da un lato, il tessuto adiposo produce “estrone”, un estrogeno “cattivo”, per dirla in termini semplici, che aumenta appunto la capacità delle cellule mammarie di “trasformarsi” in senso tumorale. Dall’altro, la persona obesa produce più “leptine”, sostanze che aumentano la velocità di proliferazione delle cellule tumorali. In effetti, è stato dimostrato che non solo l’obesità si associa a maggior rischio di tumori mammari, ma che aumenta anche l’aggressività del tumore. Aumenta quindi il rischio di recidive con una prognosi peggiore, soprattutto se è alto il contenuto di leptine all’interno delle cellule cancerose stesse.
In ambito ginecologico, poi, l’obesità, si associa a un maggiore rischio di tumori dell’endometrio, come ricordato poc’anzi. Come per tutti gli altri tumori ormonodipendenti, ma per ragioni diverse, si associa anche a una prognosi peggiore. L’obesità aumenta infatti la co-morbilità (ossia la copresenza) di diabete e malattie cardiovascolari, che aumentano il rischio operatorio e di complicanze post-operatorie. Aumenta inoltre la vulnerabilità agli effetti collaterali della radioterapia.
Più recenti segnalazioni indicano un aumento, negli obesi, anche di altri tipi di tumore, per esempio del pancreas, del fegato e del rene.
Il messaggio, chiarissimo, è uno solo: un normale peso corporeo, e stili di vita sani, con movimento fisico quotidiano, riducono significativamente sia il rischio di tumore, sia, una volta che la diagnosi sia stata fatta, il rischio di recidive e di progressione della malattia. Un invito dunque a prevenire almeno il prevenibile, per gustarsi più a lungo una luminosa salute, muovendosi di più e meglio, e – perché no – divertendosi sportivamente e appassionatamente.

Recenti dati epidemiologici italiani indicano un’associazione tra la presenza di sindrome metabolica e aumento del rischio di cancro colonrettale in entrambi i sessi (maggior rischio: 25% negli uomini e 34% nelle donne), cancro della mammella in postmenopausa (56%) endometrio (89%) e fegato negli uomini (43%)”. Sono le cifre snocciolate da Dario Giugliano, ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo della seconda Università degli Studi di Napoli, in occasione del 36° congresso nazionale della Società italiana di endocrinologia in corso a Padova.

 

DIETE E INTOLLERANZE

DIETE E LIBRI CHE DICONO ERESIE

La problematica dell’allergia e intolleranza alimentare è un argomento molto diffuso, ma spesso affrontato senza un’adeguata professionalità.

La diffusione delle intolleranze alimentari, come ad esempio l’intolleranza al glutine, sembra in forte aumento negli ultimi anni. Per la diagnosi di questi fenomeni esistono studi scientifici volti a valutare sia la rispondenza di uno stato allergico sia il suo grado. Esistono in commercio alcuni test “alternativi”, ma privi fino ad ora di validità scientifica.

È importante quindi divulgare in modo chiaro alcuni aspetti sulle allergie e intolleranze alimentari, soprattutto per evitare che ci si affidi a tecniche o persone non attendibili, con indubbi rischi personali.

Vi riportiamo di seguito il parare del dr. Roberto Bernardini, Presidente della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (SIAIP)* intervistrato dalla Dr.ssa V.Nardi.

Un’intolleranza, se non curata può peggiorare e diventare allergia?

«Mai, sono due cose diverse. Se si tratta di allergia la persona, dopo essere entrato in contatto con l’alimento, ha un’alterata risposta immunitaria con produzione ad esempio di anticorpi (IgE) che reagiscono verso alcune proteine alimentari come fossero “nemici”. Questo non avviene nel caso delle intolleranze.»

Perchè negli ultimi anni si assiste a un aumento di queste patologie?

«La causa è multifattoriale. Un ruolo importante lo giocano le mutate abitudini alimentari, e le differenti condizioni ambientali (meno infezioni, alimenti sempre meno contaminati da “microbi”, alterazione della flora intestinale). C’è da dire – prosegue Bernardini – che negli ultimi anni il progresso in campo diagnostico ha messo a punto test più efficaci e precisi.»

Qual è la procedura corretta da seguire per diagnosticare un’allergia?

« Per prima cosa occorre effettuare un’accurata anamnesi clinica (probabilmente si sarà già escluso l’alimento sospetto dalla dieta). Potranno poi effettuare dei test cutanei come il prick test (con estratto) o il prick+prick (con alimento fresco). Come terzo passaggio, solo se necessario, si eseguirà un prelievo ematico per il dosaggio degli anticorpi (IgE sieriche) specifici per alimento o le singole molecole (diagnostica molecolare con dosaggio delle singole molecole sospettate o a tappeto, ISAC 112). A questo punto, fatta la diagnosi, si fa adottare al paziente una dieta di esclusione per l’alimento. Talvolta può essere necessaria – conclude l’esperto -, per confermare il sospetto di allergia alimentare, una reintroduzione dell’alimento sospetto o anche un tpo (test provocazione orale) con l’alimento sospettato (con ri-comparsa di sintomi in caso di allergia alimentare).»

Riguardo ai test “alternativi” il dottor Bernardini non ha dubbi, nonostante siano numerosi e molto diffusi, al momento non hanno ancora alcuna validità scientifica.

Anche la grande famiglia degli “additivi” desta allarme tra i consumatori, come è meglio comportarsi?

«Gli additivi e i coloranti possono determinare principalmente quadri cutanei orticarioidi (basta pensare agli additivi presenti negli sciroppi antibiotici dati ai bambini), ma la diagnosi di intolleranza è possibile solo con test di provocazione orale, cioè ridando quel determinato additivo sospetto per bocca e verificando la comparsa o meno dei sintomi. In ogni caso, alle persone che lamentano disturbi o dolori consiglio di rivolgersi al medico curante che le indirizzerà allo specialista oppure direttamente a questo

*Direttore UOC Pediatria Ospedale San Giuseppe Empoli.

«Ciò che contribuisce in modo importante alle proliferazione delle false diagnosi – spiega Mauro Calvani, membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (SIAIP*) – sono i numerosi test, disponibili in commercio da anni ma privi fino ad ora di validità scientifica, come quelli di citotossicità, l’ALCAT test, l’elettroagopuntura secondo Voll, il DRIA, la provocazione-neutralizzazione sia sublinguale che sottocutaneo, la kinesiologia applicata, la biorisonanza, l’analisi del capello, l’iridologia, etc

A tutti questi, ricorda Calvani, «si è aggiunto di recente un nuovo, fantasioso e miracoloso esame: “il test del DNA per intolleranze su 600 alimenti, oltre 200 acque minerali e 250 additivi alimentari”, reclamizzato di recente da una nota catena di vendita on line. Si può acquistare alla modica somma di 99,00 euro (scontato dell’82% altrimenti il prezzo sarebbe addirittura 451,00 euro) e con la promessa di avere anche “un piano nutrizionale personalizzato e un video-corso”». Si tratta di un test fantasioso, secondo l’esperto della SIAIP, «perché propone la possibilità che persino le acque minerali possano essere responsabili di disturbi o malattie, per non parlare degli additivi, ai quali vengono da tempo attribuiti, pur senza sostanziali evidenze scientifiche, le più disparate malattie». Il kit è anche miracoloso perché «non esiste – chiarisce Calvani – la possibilità di dosare il DNA allo scopo di porre una diagnosi di intolleranza per 600 alimenti». Nel mondo scientifico si sa che non è possibile porre una diagnosi di certezza di allergia o di intolleranza alimentare tramite analisi del DNA.

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